La Parrocchia di Luzzogno
Luzzogno non è solo il paese più antico della Valle, ma, come risulta dalla supplica rivolta dai suoi abitanti a Mons. Velate Visconte per erigerlo in Parrocchia, era anche da lunghissimo tempo il solo paese abitato da 12 famiglie di Crusinallo. In seguito, dice D. Pian ‘essendo cresciuto il popolo, sorsero altri paesi’
La supplica risale al 13 aprile 1454 e dimostra che Luzzogno è parimenti la prima e più antica Parrocchia della valle e una delle 400 e più della diocesi
Inizialmente, dipendeva dalla Pieve di Omegna, la quale fin dal 1133 esercitava la giurisdizione spirituale sulla la valle. Nel Borgo risiedevano quattro Curati, i quali attendevano a tutti i bisogni spirituali della Pieve: uno di essi veniva ogni quarta domenica del mese a Luzzogno a cantare la messa e ad eseguire le altre funzioni parrocchiali. In seguito, il Paese, per maggiore sua comodità, incominciò a mantenere in loco un Cappellano, ancor prima che venisse istituita la Parrocchia. Il Sacerdote era un certo Tomeno di Omegna: così si legge nella supplica predetta, nella quale si chiedeva per il Sacerdote la facoltà di amministrare tutti i sacramenti e non di celebrare solamente la Messa, come invece voleva il Parroco di Omegna. La richiesta era giustificata dalle gravi difficoltà di comunicare col centro della Pieve. Le ragioni vagliate da D. Giacomo di Suzzago, Canonico di S. Giulio per incarico del Vicario Generale Mons. Lanzalotti, furono ritenute giuste e valide e perciò, con decreto del 5 marzo 1455, Mons. Vescovo segregò Luzzogno con tutti gli altri paesi della valle dalla Parrocchia di Omegna e istituì il nuovo parroco da eleggersi dagli uomini di Luzzogno. La relativa pergamena si trova nell’Archivio parrocchiale: come si evince dalla stessa, durante il papato del Sommo Pontefice Nicolò V, l’Oratorio di S. Giacomo Apostolo veniva eretto in chiesa parrocchiale e il nuovo Parroco aveva piena giurisdizione, come tutti gli altri Parroci, senza nessuna dipendenza dal Canonico Curato di Omegna. I paesi di Inuggio, Massiola, Forno e Sambughetto con le loro frazioni facevano parte della Parrocchia di Luzzogno, la quale volle tuttavia riservare alcuni diritti alla Chiesa Pievana, “come ad una madre”: infatti, alcune prestazioni e onorificenze rimasero nelle mani del Parroco di Omegna. Ad esempio, a lui era riservato il diritto di raccogliere le decime e la quarteruola di biada, detta Quartarium bladi; di cantare la Messa nella festa patronale e di avere la metà delle solite offerte; di partecipare alla nomina del Parroco. Tutti i consoli della Valle dovevano portare alla Chiesa Collegiata di Omegna, per la festa di S. Ambrogio, una libbra di cera in offerta e mettere sull’altare del Santo 8 soldi imperiali da dividersi tra il Prevosto e i Canonici della Collegiata, in ricordo del dominio spirituale avuto su tutta la Valle.
D. Piana fa notare che queste convenzioni erano ben poco convenienti, perché assorbivano quasi tutti gli emolumenti del Parroco senz’obbligo per i Sacerdoti di Omegna di prestarsi per i bisogni spirituali dei Luzzognesi. Queste riserve e convenzioni difatti caddero gradatamente in disuso, e per quello che riguarda le decime, la Comunità di Luzzogno pagò nel 1855, una volta per sempre, una somma al Parroco di Omegna per tutti i suoi diritti. Attualmente non esiste più nessun impegno. La nuova Parrocchia divenne così la matrice di due altre, erette in seguito: Forno e Massiola.
La Chiesa
La nostra chiesa di Luzzogno è antichissima, ma non si può precisare l’epoca esatta. La prova che a questo riguardo cita D. Piana non convince troppo, perché quella statuetta di marmo che sta sopra la porta laterale, alla quale si riferisce, scalpellata, secondo lui prima del secolo XIII, può essere stata apposta dopo.
È certo, comunque, che sia molto antica e che attraverso i secoli abbia subito nell’interno e nell’esterno ritocchi e trasformazioni, come risulta dai vari inventari e dalla pianta della chiesa.
Fu consacrata il 23 aprile 1551 da Monsignor Ubertino, vescovo di Cirene, per mandato di Mons. Ippolito d’Este, vescovo-amministratore di Novara.
D. Caccini, redattore dell’inventario del 1677, così descrive la Chiesa parrocchiale : “È situata fuori della detta terra di Luzzogno, vicino alla strada, cioè verso levante col suo cemiterio murato d’ogni intorno annesso alla Chiesa con una sua porta, con un poco di piazzetta avanti della porta d’esso cemiterio. Detta chiesa ha due porte, cioè la maggiore
che guarda verso monte, con sue ante e cadenazzo e chiave avanti la quale vi è il vestibolo con due colonne di sarizzo scalpellate e volta di sopra e sopra detta porta vi è dipinto il protettore di essa, cioè S. Giacomo Ap. (l’affresco fu ordinato dal Ven. Bescapè nella sua visita del 10 settembre 1597). Sopra l’altra porta, che guarda verso settentrione domandata la portina (il cui vestibolo fu ordinato in occasione della visita del 1717 da Monsignor Gilberto Borromeo) v’è la figura d’esso medesimo Protettore fatto di marmore rilevato (di cui abbiamo fatto cenno sopra). Detta chiesa è a tre navi, alta brazza 12, larga 19, longa 36, voltata con 7 colonne o pilastri di pietra e calcina. In detta Chiesa vi sono 5 altari: il maggiore dedicato a S. Giacomo Apostolo. Sopra l’altare vi sono tre gradini o pedestalli di noce, l’uno intagliato in quattro caselle con figurine rappres. la vita di s. Giacomo, egregiamente lavorate e chiuse da vetri”.
L’Altare
Segue la descrizione dell’ornamento artistico in legno dorato che sormonta l’altare, magnifico lavoro di concetto e di esecuzione, ricco di figure di Putti e di Angeli, a cui sovrasta il rosso baldacchino, da cui scende il padiglione, che viene disteso dietro l’altare nelle feste più solenni e fermato alle pareti laterali. D. Caccini è il primo che ricorda e parla di questa splendida opera d’arte che non esisteva ancora al tempo del Ven. Bescapè: è dunque del sec. XVII e d’ignoto autore. Nel 1956 D. Bianchi ha ordinato il rifacimento della doratura in oro zecchino a foglie, realizzata dal Novarese Paolo Matta.
Sull’altare, ai lati, egli ricorda le due statue di S. Giacomo e S. Bernardo. Il santuario (tabernacolo) è di dentro foderato di damaschino bianco e l’uscietto ha la sua serratura di ferro con la chiave d’argento, che riporta costasse lire 11.
L’altare maggiore è privilegiato con decreto del Pont. Pio IV, in data 27 settembre 1791 con 7 anni d’ indulgenza. Esso è in muratura, provvisto di contraltare o paliotto, ma il marmo della predella è di Massa Carrara; così dice D. Ragazzi.
Gli altri quattro altari avevano rendite e oneri di Messe ben distinti da tempo perduti.
Degni di nota sono poi due quadri su tela ai lati dell’altare: uno rappresenta la decollazione di S. Giacomo e l’altro la conversione di S. Paolo col nome del pittore: Giacomo A. Mercante, 1719.
La Cappella del Rosario (navata sinistra)
D. Caccini, descrivendola, dice che nel vetro a mezzaluna del frontespizio è dipinta l’Annunziata. Il quadro prezioso sopra l’altare rappresenta la Vergine del Rosario col Bambino, e due Angeli sostengono la corona di rosa sul suo capo. Vi è dipinto S. Domenico alla destra con quattro figurine più in basso dei confratelli di detta Compagnia e a sinistra S. Caterina da Siena (per D. Ragazzi invece si tratterebbe di S. Rosa) con un giglio in mano e altre quattro figure più in basso in sembianze di donne. Vi sono inoltre due quadri laterali, cioè alla destra lo Sposalizio della Vergine, pregevole opera d’arte del pittore, che si firma in calce: Aloysius Realis Florentinus pingebat 1641; alla sinistra, il quadro della Madonna dei sette dolori. Item vi sono altri 15 quadretti rappresentanti i 15 misteri del Rosario, una parte dei quali sono dipinti in tela e la restante parte sopra la tola quadrata.
Il Reliquiario (navata sinistra)
In capo a questa navata vi è la Cappella di San Giovanni Battista o delle Reliquie, con l’altare consacrato nel 1507 dal medesimo Vescovo ausiliare del Cardinale Sanseverino. Il quadro rappresenta la Vergine col Bambino, S. Giovanni Battista e S. Giacomo. Si chiude con due antine, sopra le quali di dentro a destra vi è la figura di S. Caterina e a sinistra S. Clara col calice in mano: di fuori era dipinta l’Annunziata. D. Ragazzi scrive che “tutte le reliquie si conservano dietro l’icona dell’altare di S. Giovanni Battista, vicino alla Sacristia, custodite in tre piani coperti di tela filosello rosso: alla somità dell’icona si legge: Reliquiae Sanctorum”, e ne dà l’elenco completo. Dinanzi a questo altare i Confratelli sostano in ginocchio e ricordano, cantando, i singoli Santi delle Reliquie al termine della loro processione: così vuole la tradizione. La Cappella oggidì è detta delle Reliquie, che secondo l’elenco di D. Togno sono 111, tutte riconosciute e autenticate, distribuite in singoli reliquiari, raccolte in cofanetti dorati o argentati. Provengono in buon numero dalle
Catacombe romane. Vi è la reliquia di S. Giacomo apostolo, che fu donata nel 1720 e posta nella Croce d’argento, una della S. Croce e una dei capelli di Maria santissima , la quale è stata riconosciuta e approvata dalla Curia di Novara nel 1755.
La Cappella di san Giuseppe (navata destra)
Dice D. Caccini che in capo a questa navata “v’è una Cappella sotto il titolo della SS. Trinità, ora di S. Giuseppe, fatta in quadro con un quadro rappresentante la Vergine col Bambino Gesù con alla destra S. Rocho e alla sinistra S. Bernardo col demonio incatenato in catena”. Secondo D. Ragazzi, la Cappella fu detta in seguito di S. Bernardo d’Aosta e l’altare fu consacrato da Mons. Giulio Galardo, Vescovo Solonese, ausiliare del Card. Sanseverino, il 15 febbraio 1507. Ora la cappella è dedicata a S. Giuseppe, che figura nella piccola nicchia sopra l’altare; sulle pareti laterali vi sono due quadri su tela di buona fattura, specie quello di S. Lucia, che porta uno stemma in calce al lato sinistro. Non sappiamo quando, né per quali ragioni la Cappella abbia cambiato nome.
La Cappella della Madonna Immacolata (navata destra)
La Cappella dei SS. Giuseppe e Carlo era dedicata ai predetti Santi, che figuravano in un quadro posto sopra l’altare: la balaustra davanti era di noce. L’icona di detto altare era tutta fabbricata a disegno corinto con due colonne canalate con fresoni e Cherubini e Angeli di rilievo a opera di stucco. Il beneficio Moretti portava il titolo di questa Cappella. Attualmente la Cappella è dedicata alla Vergine Immacolata, ma non si sa precisamente da quando. Si chiama anche la Cappella dei disparè dei disperati, forse perché i ritardatari alla Messa festiva si fermano in questa Cappella per la funzione. All’interno della stessa è poi possibile notare
due pale, in origine appartenenti ad un trittico di cui è andata perduta la parte centrale. La prima tavola rappresenta la Natività, o la Vergine in Adorazione, in modo alquanto originale, che richiama quella di Filippo Lippi. Il quadro è diviso in due piani: nel primo sta la Vergine in ginocchio e in veste bianca con le mani giunte, dall’aspetto giovanile, assorta in adorazione, con l’animo e lo sguardo fissi nel Bambino, che le sta dinnanzi su poca paglia, nudo, con le braccia aperte e l’occhio rivolto alla Madre in atto quasi di supplica. Un fascio di capelli biondi, ricciuti, scendono dal capo lungo le spalle della Vergine, dandole un’espressione ancora più giovanile. Ella contempla estatica il suo divin Figlio con tanto amore e tanta gioia. Alla sua sinistra stanno i due giumenti in piedi, ma con la testa curva sul Bambino, che proteggono dal freddo col tepore del loro fiato umido e caldo. Dietro la Vergine in piedi, sta San Giuseppe, un po’ distratto, col capo e gli occhi rivolti a destra, intento a guardare qualche cosa che, per un istante, gli preme più che la Vergine e il Bambino. Una specie di arco antico con qualche ciuffo d’erba o di arbusto occupa il piano superiore, dove, a destra, s’intravede un paesaggio alpestre e due pastori contemplano la scena sottostante con stupore e devozione. L’altro dipinto su legno presenta l’Adorazione dei Magi in un vivo contrasto di luce tra il contorno decorativo e le figure della Vergine e del Bambino. Nel centro sta seduta Maria SS. che tiene sulle ginocchia il Bambino Gesù, già fatto più bello e grandicello. La Madonna sorridente è avvolta in un’ampia veste bianca, e guarda uno dei Re Magi, dall’aspetto nobile e venerando per l’età, il quale si è prostrato or ora dinnanzi al Bambino, che sembra comprendere quell’atto di ossequio e gradire il dono, che gli viene presentato in un cofanetto. Ai lati della Vergine stanno in piedi, in attesa del loro turno, gli altri due Re, che tengono in mano il loro prezioso e simbolico regalo: a destra il re nero e a sinistra l’altro. Non sono più i poveri e ignoranti pastori di Betlemme, che si presentano al Bambino Gesù, ma persone insigni di dotti e di potenti, che vengono dall’Oriente, guidati da una stella, con molto seguito e con doni preziosi. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, i fortunati principi, rappresentanti del popolo gentile, si comportano da perfetti sovrani, ed esprimono con il loro contegno nobile e dignitoso sentimenti di vivissima gioia e di profonda gratitudine per la grazia ricevuta. Un grande arco sovrasta le figure e nel vano è possibile vedere lontano uno scorcio di paesaggio invernale. Alcuni ritengono che le due tavole siano di scuola tedesca